Il mio perché: storia di un cambiamento. Una luce.


Premessa:
Questo post è il seguito di Il mio perché: storia di un cambiamento. Nel Buio.

I
Un frate

Non feci in tempo a chiedermi perché ricordasse il mio nome che già ci stringevamo in un abbraccio.
A fratè…come stai?!?”

Sebbene non lo vedessi da quasi tre anni, non mi appariva affatto cambiato: i soliti occhialoni, la barba brizzolata ed il sorriso che incorniciava una verve tutta romanesca.
Al tempo sessantottino anticlericale, ero di fronte alla pienezza di una conversione: ad un miracolo tanto manifesto da passare per pura normalità.
Padre Renzo è questo per me: un lambiccarsi continuamente sulle falle dell’intelletto, un rimanere attoniti di fronte all’evidenza imprevista.
Esauriti i convenevoli, ci ritirammo in un luogo appartato.
Quando gli raccontai quello che mi accadeva ormai da sette mesi, rimase incredulo, ma non si scompose. Io lo guardavo: questa volta, mi dicevo, non puoi dire niente per convincermi.
Imbastire discorsi sull’innato senso religioso dell’uomo sarebbe stato inutile, ma questo lui lo sapeva ed evitò di discuterne.
Mi parlò, invece, di quello che gli accadeva negli ultimi tempi, condividendo, tra un aneddoto e l’altro, le sue sofferenze.
Così, seppur privo della risposta che desideravo, mi ritrovai ad ammirare il tesoro della fede stipato nel corpo di un essere umano. Le sue parole prendevano vita, asperse da quella luce che invano i suoi occhi potevano racchiudere.
Dopo circa dieci minuti, mi disse una cosa che non dimenticherò mai:
Sii sereno! Stai affrontando la strada giusta!”.
“La strada giusta! – sbottai – ma se sto dicendo che sono diventato ateo!”
“Beh, ringrazia Dio, fratè…”

II
Ultimi calci, una notte di Pasqua.

Nelle settimane che seguirono ripensai spesso a quelle parole, ma era inutile, non riuscivo a capirne il senso.
Rivedere Padre Renzo era stato un piacere che, purtroppo, non aggiungeva nulla di nuovo alla mia crisi.
Comunque la Pasqua era alle porte e, non so per quale motivo, fui invitato a presentare una lettura in occasione della Veglia che si sarebbe tenuta, di lì a pochi giorni, la notte di sabato 23 aprile.
Il passo di cui avrei dovuto spendere qualche parola è tratto dal libro del profeta Ezechiele. Restai subito colpito da due versi che fino ad allora non avevo considerato:
Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez. 36, 26s).
In una chiesa gremita di gente, quella notte dissi cose che, nel mio contesto esistenziale, sarebbero a chiunque sembrate fuori luogo.
Dio infonde all’uomo la conoscenza della Verità, questo il nodo fondamentale della mia breve presentazione. Lo Spirito non possiamo trovarlo da noi, lo otteniamo chiedendolo.
Belle parole.
Qualcuno, addirittura, venne a complimentarsi con me alla fine della funzione. Ma che avevo fatto io?

Eppure, nei recessi più profondi del cuore, cominciò a rivelarsi la dimensione di un nuovo dubbio.

III
L’evidenza sepolta

Il tre maggio, giorno del mio onomastico, mi ritrovai per caso a parlare con un anziano sacerdote, l’ennesimo. Non nutrivo più speranze di conversione, ma cosa avevo da perdere?
Come mi aspettavo, non discusse dell’esistenza di Dio, si prodigò, invece, in una descrizione riassuntiva del Mistero Pasquale.
Parlava del tradimento di Pietro, della flagellazione, della croce. Ora indicava un quadro alla parete, ora frugava nelle tasche alla ricerca di un fazzoletto.
La mia attenzione cadeva in picchiata, ma riuscivo ancora a recepire le macrosequenze del suo monologo.
Come vedi – fissando lo sguardo sul crocefisso – l’uomo lo ha messo su quel legno. E lui come ha reagito?
<< Madre, ecco il tuo figlio. Figlio ecco tua madre>>”.

Non mi mossi. Il vecchio mi era davanti, lo vedevo, ma guardavo qualcos’altro, oltre i suoi occhi.
Quelle parole riassumevano tutto quello che cercavo, ma non me ne ero mai accorto.
Erravo nei meandri oscuri dell’esegesi, cercavo la prova scientifica dell’apparizione, la spiegazione razionale del miracolo, la conferma definitiva sulla Sindone.
Mi arroccavo sulle torri dell’ateismo, aspettando che qualcuno venisse a salvarmi. Disperando che Qualcuno potesse arrivare.
Accecato dalla mia ragione, mi ero perso l’immediatezza di un’evidenza, la semplicità di un messaggio.
“Tu come preghi?”
Di colpo, ripiombai sulla sedia. Il prete mi fissava da dietro le spesse lenti dei suoi occhiali: aveva un’espressione incuriosita, senza nascondere il sorriso che gli piegava gli angoli della bocca.
Come prego – abbozzai – Dico il Padre Nostro, L’Ave Maria… ogni tanto. In verità, mi ritrovo più spesso a supplicare Dio che esista… senza crederci. Penso di parlare con il muro: chiedo segni in continuazione, ma niente. Il cielo è chiuso”.
Questa volta non riuscì a reprimere una piena risata baritonale.
I soliti bla bla bla – disse tra i colpi di tosse – Gesù è una persona, parlaci come ad una persona!”
Ero confuso, non possedevo argomenti: più vagavo alla ricerca di una replica pertinente, più mi accorgevo di avere la mente sgombra.
Così rimasi in silenzio e mi limitai a sorridere.
Il colloquio si avviò al termine e, prima di commiatarmi, volle darmi l’assoluzione generale.
Guardai un ultima volta il vecchio, ci salutammo e me ne andai.

IV
Un abbraccio

Quella sera mi recai in cattedrale per recitare il rosario. Pregavo insieme all’assemblea, ma il mio sguardo era fermo sulla statua della Vergine: fammi conoscere il tuo Figlio, ripetevo dentro di me, per favore, presentamelo.
Tutte le invocazioni che fino a quel momento avevo rivolto alla Madonna chiedevano un miracolo; anche un piccolo segno, dicevo, sarebbe bastato.

Tuttavia, la frenetica ricerca della prova inconfutabile, senza che me ne potessi accorgere, mi allontanava dalla fede.
Quella sera, esausto, mi posi di fronte all’ignoto con l’atteggiamento opposto. Che avevo da perdere?
Il mattino seguente, raccolto in meditazione, ad occhi chiusi chiedevo a Dio di avere pietà di me e, nonostante non riuscissi a credere che mi stesse ascoltando, continuavo ad invocare la sua misericordia.
D’improvviso il mio pensierò volò all’arcivescovo Gennaro Franceschetti – venuto prematuramente a mancare nel febbraio del 2005 -, lo vidi sorridermi. Gli andai incontro e lui mi abbracciò come faceva quando ancora era in vita.
In un attimo tutto era tornato come prima: potevo sentire il suono della sua voce, la stoffa della sua tunica, l’odore della cucina dove la sorella preparava il pranzo.
Dopo che si fu separato da me, mi guardò con la sua tipica espressione enigmatica, si girò e disse solo: “Maria”.
Le lacrime cominciarono a scendere copiose sulle mie guance e, mentre l’immagine del vescovo splendeva dentro me, mi ritrovai ad implorare come la sera precedente.
“Fammi conoscere il Tuo Figlio! Presentamelo perché non posso più vivere con questo vuoto!”
Non credo di aver mai pregato così fino ad allora.

V
L’educazione di una madre

Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nessuna apparizione, nessuna trasfigurazione.
In questi mesi non c’è stato un giorno in cui io abbia perso il lume della ragione, affidandomi ad una sensazione che scalda che il cuore, ad un sentimento religioso.
Il sole non si è mosso, non mi sono apparse le stigmate, non sono caduto in estasi.
E’ passato più di un mese da quel mattino ed, apparentemente, non è cambiato poi molto: sono rimasto lo scettico di un tempo. Non posso rinnegare la natura del mio pensiero, il mio bisogno di prove.
Il miracolo, tuttavia, c’è stato.
Ho capito che dovevo provare ad affidarmi, abbandonare ogni esigenza ed afferrare la mano che mi veniva tesa.
E la Madonna ha cominciato a  parlare; oddio quanto parla, se la lascio fare!
Non manca mai di svelarmi un sentiero, un particolare, una risposta alle infinite domande che le pongo.
Io non sto facendo più nulla!
Lungi dal sentirmi arrivato –
e come potrei?!? –, ho capito che ogni nuovo giorno è un percorso di conversione, uno scalino verso la Verità, un tassello del puzzle che trova la sua collocazione.

VI
Epilogo?

Ho voluto condividere con tutti voi un brano della mia vita, il capitolo più buio. Non l’ho fatto per estro letterario, o autocelebrazione, ma per rendere una testimonianza.
La resurrezione di Cristo è la Buona Novella, la speranza su cui è fondata la nostra fede.
Non pensiate che il cristiano subisca questo “dogma” ad occhi chiusi: si confronta di continuo con ciò che più gli sembra impossibile.
Sant’Agostino ha peregrinato un terzo della sua vita inseguendo e rigettando tutte le dottrine del suo tempo; non poteva darsi pace, gli era impossibile accogliere quello che la sua intelligenza rifiutava.
Alla fine – all’inizio – del mio percorso, ho capito che Maria non può non guidarci alla comprensione di questa Verità.
Le domande sono tutte lecite, ma lasciatela parlare! Datele piena fiducia, chiedetele di consigliarvi. Non resterete delusi!

Io ho combattuto contro Dio, imponendomi di raggiungere con l’intelligenza la sua affermazione – o negazione -.
Per un attimo, ho creduto di averlo ucciso; ho pianto sul suo cadavere e, con le mani sporche di sangue, ho abbandonato il campo di battaglia.
E mentre vagabondavo nella desolazione della mia anima, Qualcuno mi ha fatto capire che avevo mosso guerra contro me stesso, che quel corpo morto era il mio.
Poi mi ha preso per mano, promettendomi di farmi conoscere Colui che credevo di aver sconfitto.

Non è forse un miracolo?


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Informazioni su Filippo Chelli

Perché mi manca la voce del Padre. Un uomo alla ricerca di Dio. Vedi tutti gli articoli di Filippo Chelli

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