Il mio perché: storia di un cambiamento. Nel buio.

“… Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pietro 3,10).

Ogni vero credente ha le sue ragioni: convinzioni che non si fermano all’atto di fede, ma coinvolgono i più profondi recessi dell’intelletto umano.
Quando aprii questo blog non ne tenevo a mente l’organigramma. Non sapevo cosa avrei potuto scrivere, quali argomenti trattare, a quale livello propormi.
Libero da qualsiasi impostazione pre-determinata, diedi vita a paroledanzanti per esprimere un messaggio fondamentale: credere non è per gli illusi, i perdenti, i decerebrati, i vigliacchi.
Le voci che marginalizzano la fede, inserendola nel novero dell’irrazionale, giungono oggi da ogni ambiente.
E’ inutile obiettare che molti credenti si sentano spinti a nascondere il proprio credo. Il timore del giudizio inibisce la forza della testimonianza, schiaccandoci in una sorta di Cristianesimo apocrifo.
Ma noi non siamo il frutto del sensazionalismo spicciolo, i millenaristi del dogma, i Cretini (come ci definisce Piergiorgio Odifreddi), i saccentelli dalla parte della favoletta, i molestatori sociali, la piaga della libertà.
Questa è la nostra ora.
Estranei ad ogni fondamentalismo, riprendiamo le briglie del nostro orgoglio ed avanziamo liberi le ragioni della nostra speranza!

Quando nel settembre di un anno fa vidi crollare tutte le mie certezze su Dio, mi ritrovai solo.
Solo ed ateo.
Oggi vi racconterò di quei mesi in cui, brancolando nella totale negazione del sovrannaturale, ho maledetto la mia vita insensata.

I
Prodromi

Sotto il sole di un agosto bollente due figli perdevano le loro madri. Io mi trovavo lì, incapace di comprendere, di confortare, di testimoniare la mia fede nel Paradiso.
Anzi, uno dei ragazzi non riceverà mai una mia frase di condoglianze. Ed era mio amico.
La loro perdita rappresentava per me uno scandalo che non riuscivo a giustificare.
“Ma come è possibile – mi dicevo – dov’è quel dio buono e misericordioso?”
Incapace di darmi una ragione, preferii accantonare il problema e, guardando altrove, mi sono lasciato cullare dalle quelle scuse tanto vergognose quanto diffuse: “Queste cose non possono capitare a me, il Signore non lo permetterebbe mai. Deve assolutamente esserci un peccato grave alla base di quei lutti!”.
Benché non me ne fossi mai reso conto, ero intrappolato nei lacci di una fede intrisa di religiosità naturale.
Ebbro delle mie false convinzioni, mi avvicinai ai mesi autunnali in caduta libera. Nell’abisso delle mie paure.
Mi scoprii terrorizzato dalla morte e, complici le esperienze di alcuni miei giovani conoscenti, si affacciarono i demoni del dolore, della sofferenza e della malattia.
L’inesorabile meccanismo cerebrale ha presto dato adito a quell’antro oscuro che in medicina chiamano disturbo somatoforme.
Ero finalmente consapevole che la mia vita era appesa ad un filo, ma gli strascichi di questa nuova lucidità mi sollevarono nel turbine ansioso del disturbo esistenziale.

II
Nell’abisso

Il cielo sopra di me si apriva alle profondità dello spazio, ma ne rimaneva ingabbiato, tra le fitte trame di un materialismo “principio e fine di ogni cosa”.
Ogni giorno Dio perdeva brandelli della sua veridicità ed io ero lì a guardarLo, impossibilitato a reagire.
La preghiera, vanificata dagli ultimi rantoli della mia religiosità naturale, si faceva sempre più sommessa, recalcitrante, priva di intenzione.
Mi aggrappavo alla vita, ormai persuaso che il destino dell’uomo dipendesse esclusivamente dalle proprie forze. Più andavo avanti, più tuttavia mi rendevo conto che la battaglia era persa in partenza: l’essere umano è forte fino a che non è debole.
Ed in quei mesi, privato di ogni vigore, concentravo ogni mio ragionamento su quel limite invalicabile dell’esistenza che è la morte, unica tesi inconfutabile.
Mi resi presto conto di quanto fosse giustificabile la filosofia, oggi tanto diffusa, del “carpe diem”.
Cogli l’attimo, divora la mela, abbraccia l’effimero; domani potresti restare a pane e acqua.

Seppur estraneo alla preghiera, non smisi mai di indagare sull’esistenza del divino. Gesù, Maometto, Krishna… non importava Chi: avevo bisogno di uno spiraglio sul soprannaturale; mi sarebbe bastato un barlume di spiritualità.
Eppure, senza la fede, l’ipotesi scientifico-immanentista mi sembrava la spiegazione più logica. Nessun dio poteva rispondere alle questioni alzate dagli evoluzionisti, dai neuroscienziati, dagli embriologi, dai filosofi del materialismo, gli anacoreti razionalisti.
Nessun dio mi avrebbe potuto consegnare le chiavi del paradiso perché non esistevano chiavi, non c’era paradiso né, tantomeno, un dio.

III
Un Natale inatteso e l’anno che verrà

Doveva essere domenica 19 dicembre quando, a cena d’amici, fui invitato ad un pellegrinaggio.
E così, dopo un Natale passato a contare i dolori fisici, mi ritrovai imbarcato sul traghetto per la Croazia: destinazione Medjugorje.
Forse un giorno racconterò quello che accadde in quel luogo tanto singolare quanto affascinante. Ciò che mi preme dire in questa sede è che ero lì per trovare un segno.
Anelavo al miracolo, unica soluzione alla mia cecità.
Confuso (ed ammalato, tanto per cambiare…), al mio ritorno trovai ad aspettarmi tutte le ansie che mi ero lasciato alle spalle.
Rassegnato ad un destino apparantemente ineluttabile, bussai alle soglie dell’anno nuovo con un rosario tra le mani.

IV
I freddi mesi prima di maggio

Esaurita la spinta emotiva ereditata a Medjugorje, mi ritrovai disarmato – ancora una volta – di fronte alle lame della mia paura.
Tra un antidepressivo e l’altro, divoravo testi di apologetica, pubblicazioni scientifiche, articoli filosofici. Passavo al setaccio della mia ragione tutto quello che avevo sotto mano e, più andavo avanti, più mi illudevo di trovare le prove dell’inesistenza di Dio.
Nonostante la deriva, una piccola parte di me ancora si dibatteva sotto le coltri del mio irrazionalismo sfrenato. Grazie a questo, benché dissuaso dalla presenza del divino, non smisi di accostarmi ai sacramenti.

V
Un incontro

Il peso delle mie contraddizioni, ai limiti dello sdoppiamento di personalità, era divenuto insopportabile.
Dichiaratomi sconfitto, mi ero finalmente convinto che non avrei mai ritrovato la fede.
Avevo capito che, purtroppo, tutte le promesse ricevute da piccolo erano false. Era arrivato il momento di rimboccarsi le maniche ed affrontare la realtà con le proprie forze.
E’ in questo clima che i primi giorni di aprile partii per Roma con un mio caro amico.
Eppure, mentre contemplavo il paesaggio appenninico dall’altra parte del finestrino, non riuscivo a convicermi che tutta quella bellezza rappresentasse solo una fortunata eventualità del caso.

Non potevo sapere che di lì a poco, qualcuno mi avrebbe finalmente dato una speranza.

                                                                               

                                                                                   Fine prima parte

 

Annunci

Informazioni su Filippo Chelli

Perché mi manca la voce del Padre. Un uomo alla ricerca di Dio. Vedi tutti gli articoli di Filippo Chelli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: