Il feto: una questione di coscienza.

Quando una settimana fa mi proposi di scrivere qualche riga sull’individualità del feto, non immaginavo sarebbe stato così difficile reperire le fonti necessarie.

Ho iniziato la mia ricerca frugando tra gli ambienti pro-choice, certo che, per avanzare le loro tesi, gli abortisti sostenessero con dettagliate argomentazioni la non personalità del nascituro.
Devo ammettere che la tendenza generale è quella di soffermarsi sul diritto di autodeterminazione della donna – questione, peraltro, di fondamentale importanza -.
Ma del feto non se ne parla, o si parla poco.
Nel sito dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – trovo un collegamento che, finalmente, sembra trattare il problema.
Apro il portale inglese e leggo il titolo dell’articolo: Top 10 Anti-Abortion Myths [1] – “La Top Ten dei miti anti-aborto”.
Nel primo mito da sfatare, gli autori sostengono che la pena di morte e l’aborto sono due realtà completamente diverse. La prima, infatti, annovera le sue vittime tra persone perfettamente coscienti, nella seconda si pone fine all’esistenza di semplici entità presenzienti.
Il punto cinque afferma che un feto non può essere cosciente sin dall’ottava settimana: è solo in questo momento, infatti, che il midollo allungato comincia a svilupparsi. A sostegno della tesi viene riportato uno studio scientifico sul quale ritorneremo tra breve.
Wikipedia fornisce un ulteriore dettaglio di notevole interesse: “Inoltre, i “pro choice” ritengono che il frutto del concepimento, almeno nelle prime settimane di gravidanza, non avendo ancora sviluppato sufficientemente il sistema nervoso centrale ( in particolare la corteccia cerebrale, il talamo e le relative connessioni neuronali ), non è ancora ancora un individuo autocosciente e dunque è radicalmente differente, dal punto di vista biologico e ontologico, dall’essere umano adulto”. [2]

Comincio ad intuire che, almeno in parte, il fronte abortista identifichi la personalità dell’essere umano con lo sviluppo del suo tessuto cerebrale.

Prendiamo quindi in analisi lo studio scientifico che accennavo poc’anzi. Il 25 marzo 2002, il dottor Rhawn Joseph pubblica un articolo in cui espone il punto della situazione nel campo della ricerca sull’embrione.
“Il midollo allungato – spiega Joseph – si modella attorno alla settima settimana di gestazione. Questa struttura media la veglia, il respiro, il battito cardiaco e grossolani movimenti della testa e del collo, già dalla decima settimana.
Tutto ciò che concerne le attività cognitive di ordine più alto (rabbia, piacere, gioia, paura, ecc.) dipende dallo sviluppo del prosencefalo. Alla nascita e nelle settimane seguenti, – continua il ricercatore – il prosencefalo è così immaturo che le sue influenze sono limitate a segnalare un disagio in reazione a fame e sete. Per la sua lunga ed antica storia evolutiva, non è sorprendente che molte funzioni tipiche del midollo allungato siano presenti già nella vita intrauterina, senza il bisogno di un pensiero cosciente. Anche dopo la nascita, nonostante il neonato sia capace di urlare, piangere e muovere gli angoli della bocca come se stesse sorridendo, non possiamo parlare di vere emozioni: i bambini anencefali, infatti, dormono, respirano, si svegliano, piangono, scalciano ed abbozzano sorrisi rudimentali.
Da questo si può dedurre che il comportamento del feto e del neonato è attribuibile ad una attività riflessa del midollo allungato” [3].

E’ naturale, arrivati a questo punto, cadere nella tentazione di negare l’evidenza o, perlomeno, fingere di ignorarla. Esiste una propaganda pro-life che, servendosi della disinformazione collettiva, affonda nel becero sentimentalismo: il web – e non solo – brulica di immagini con feti che si succhiano il pollice, sorridono, piangono, stringono i pugni, serrano la bocca in un’espressione di dolore.
Ma se la forza della ragione anti abortista si limitasse a questo, sarei fra i primi nelle manifestazioni pro-choice, a definire il nascituro “espèce de tumeur dans le ventre” [4].
Una informazione matura dovrebbe, invece, farsi carico delle scoperte scientifiche e, lungi dal considerarle un pericolo, promuoverne la diffusione.

Consapevoli, finalmente, di cosa afferma la scienza, cominciamo col chiederci se è possibile identificare l’individualità di un essere umano con il suo prosencefalo [5].
Individuo deriva dal latino in (non) dividuus (separabile); il termine stesso, quindi, si riferisce a “tutto ciò le cui parti non possono dividersi, senza che perda la sua effigie, il suo carattere” [6].
E’ facilmente comprensibile che il concetto di individuo racchiuda in sé ogni sua parte, anche quella cerebrale.
L’individuo è la denotazione reale di una unità esistente unica ed irripetibile.
Questa affermazione non trova confutazioni valide perché i concetti di unico ed irripetibile – che tanto vengono criticati da chi si aggrappa, per esempio, al dna identico dei gemelli – sono vincolati  a quello di esistenza. Caratteristica dell’esistenza è la sua collocazione in un preciso intervallo temporale. Sotto questa luce, di conseguenza, unicità ed irripetibilità dell’individuo possono esprimersi appieno.
Chi ha il coraggio di negare l’individualità di due gemelli adulti?!! Sono unici nonostante siano identici!!
Seppur apparentemente scontato, questo paradosso è la chiave di volta per introdurre la differenza tra individuo e persona.

“I Latini chiamavano persona (dal latino per-sonàr: suonare attraverso) la maschera di legno portata sempre sulla scena dagli attori nei teatri dell’antica Grecia e d’Italia [7]”. La maschera esprime un significato per chi la osserva, così la persona non è altro che l’essere uomo riconosciuto come  individuo dagli altri.
Da qui è facile dedurre che essere un individuo è condizione necessaria per essere una persona.

Accettare, tuttavia, l’individualità del feto, non giustificherebbe – date le nostre premesse – anche la sua personalità. Rischieremmo, quindi, di veder vacillare le nostre convinzioni a sostegno della vita.
Ma non dobbiamo perdere di vista la verità più importante: il feto è un essere umano.
E quali sono le peculiarità dell’uomo quale essere umano?
“Non sono certo – spiega il filosofo Giacomo Samek Lodovici – le operazioni «vegetative» come la nascita, la crescita, il nutrimento e così via, perché esse vengono esplicate anche dalle piante e dagli animali; nemmeno le attività «sensitivo-motorie», come la sensazione, il movimento, il desiderio e simili, perché esse vengono svolte anche dagli animali; piuttosto, le azioni peculiari dell’uomo sono quelle razionali, che non sono solo gli atti del ragionamento, ma anche quelli di amore, gli atti liberi, gli atti in cui manifesta il suo senso e le sue capacità estetico-artistiche, quelli che mostrano che egli ha un’anima spirituale, gli atti religiosi, ecc. Dunque possiamo dire che l’uomo è un essere di natura razionale, ed un essere di natura razionale viene designato col termine persona, come diceva Boezio”.

Ma se, come abbiamo potuto appurare, il feto ed il neonato rispondono esclusivamente ad azioni riflesse, come possiamo difendere la loro posizione di persone?
“Notiamo bene – continua il filosofo – che un essere di natura razionale è un essere capace potenzialmente di compiere operazioni razionali, e non solo colui che compie attualmente tali operazioni. L’uomo è persona anche quando non compie operazioni razionali, perché possiede una natura che lo abilita, prima o poi, o ancora, a compiere tali attività”[8].
E dove si esprime pienamente la personalità dell’embrione se non nel suo patrimonio genetico?
“l’uomo è persona già come embrione, perché potenzialmente capace di compiere operazioni razionali, in quanto nel suo DNA ci sono già tutte le istruzioni che gli consentono di svilupparsi fino a poter esercitare le azioni razionali: nel suo sviluppo infatti non c’è nessuna interruzione, nessun salto, nessun intervento esterno determinante” [9].

In definitiva, abortire significa porre fine ad una esistenza: condizione necessaria affinché si possano esprimere l’unicità e l’irripetibilità dell’essere umano.
Ma poiché essere un individuo è il requisito essenziale per essere una persona, abortire significa porre fine a quella condizione necessaria affinché si possa esprimere la personalità dell’essere umano.

Chi afferma il contrario, per quanto mi riguarda, nega l’unicità di due gemelli adulti. Anzi, in via del tutto ipotetica, potrebbe arrivare a dire che è eticamente corretto uccidere un neonato, o un adulto non cosciente.
Se la persona si identifica esclusivamente con le sue azioni razionali, potremmo usare un malato di Alzhaimer, o un paziente in coma – ma anche un individuo che dorme – come cavia da esperimento.

Vi sembra assurdo?
Beh, c’è chi ci ha già pensato.

“Nè un neonato nè un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente così negativo come uccidere una persona” [10].
Peter Singer, filosofo e bioeticista australiano.

“Se si guarda a un bambino come a un essere umano, nonostante la mancanza di elementi relazionali sociali e culturali, questo è dovuto soltanto all’influenza della tradizione ebraico-cristiana e alla sua specifica concezione di persona umana” [11].
Richard Rotry, filosofo laico

“Con il termine eugenetica nazista si indicano le politiche sociali razziste attuate dalla Germania nazista, aventi come fine il miglioramento della razza mediante l’eugenetica. In particolare essa era mirata a quanti furono identificati come “vite di nessun valore” (Tedesco: Lebenunwertes Leben): deviati, “degenerati”, dissidenti, ritardati e persone con difficoltà di apprendimento, omosessuali, persone pigre, malati mentali, ebrei, deboli, zingari ecc. A questi avrebbe dovuto essere impedito di riprodursi, in modo da non diffondere i propri geni all’interno della popolazione. Oltre 400.000 persone subirono la sterilizzazione coatta, e 70.000 furono uccise nel corso dell’Aktion T4″.
Wikipedia

Una filosofia che perde di vista la dignità umana è capace di spingersi negli anfratti dell’abominio.
E in questo orizzonte infinito di prospettive aberranti, vien da chiedersi:

Sarò sempre una persona?



Bibliografia:

[1]: http://civilliberty.about.com
[2]: http://it.wikipedia.org
[3]: http://civilliberty.about.com
[4]: Nouvel Observateur, 5 aprile 1971.
[5]: Il prosencefalo, o cervello, è l’insieme del telencefalo e del diencefalo e si pone direttamente in continuità con il tronco encefalico. Il prosencefalo comprende strutture come il talamo, l’ipotalamo, la corteccia…
[6]: Definizione tratta dal Vocabolario etimologico della lingua italiana, Ottorino Pianigiani.
[7]: ibidem.
[8]: Giacomo Samek Lodovici, Il concetto di persona e l’embrione umano, Il Timone, luglio 2004.
[9]: Ibidem.
[10]: Peter Singer, Ripensare alla vita, Il Saggiatore 1996, pag. 20.
[11]: Richard Rotry, Objectivity, Relativism and Truth. Philosophical Paper, Cambridge 1991.

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