“Feti con richiesta di seppellimento”

Alla mia domanda su che fine facciano i feti per cui non è richiesto il seppellimento da parte dei genitori, mi risponde sorridendo: “Vengono distrutti”.

10 maggio 2011

Ad Ancona è un giorno come tanti.
Come ogni mattino mi dirigo verso la Facoltà di Medicina per seguire le lezioni, ma, entrato in classe, mi informano che il corso di Anatomia Patologica si terrà in sala autopsie.

Argomento della lezione: le malattie cardiache all’analisi macroscopica.
Mentre il professore spiega gli infarti, il mio occhio cade su quattro barattoli di plastica che riportano un’etichetta:
“Feti con richiesta di seppelimento”.
A fine ora io ed una mia amica chiediamo di vederne uno. La reazione del resto della classe è tutt’altro che entusiasta, ma noi insistiamo affinché quel contenitore venga aperto.
Il professore non si fa troppi problemi, prende il barattolo ed estrae un “reperto anatomico” di circa dieci centimetri.
Molte mie compagne cambiano espressione del volto e, per la prima volta, noto che anche i maschi lasciano le loro risate sospese sull’esile filo della rima labiale.
Il nostro credo religioso, che ci sia o meno, passa ora in secondo piano: ammutoliti, ci troviamo di fronte al tragico dramma delle nostre radici.
Le voci che prima facevano a gara per indovinare la stenosi di una valvola aortica, la necrosi del ventricolo e le placche aterosclerotiche calcificate, si riducono a flebili domande:
“Ma quello è l’intestino? Ma si tratta proprio delle dita? Quelli sono i polmoni?”
Il professore spiega disinvolto: con le mani forza la cassa toracica (che è stata già aperta in corso di autopsia), frulla l’interno con le dita e tira fuori i polmoni; ci mostra l’abbozzo del cuore, il minuto groviglio di intestino che, come un gomitolo fra le zampe di un gatto, pende ora, parzialmente svolto, fuori dall’addome. Qualcuno chiede di che sesso sia, ma non è possibile capirlo analizzando la zona inguinale: è ancora troppo presto. Con la stessa disinvoltura il professore capovolge il piccolo feto ed affonda ancora una volta le dita, alla ricerca delle ovaie.
Esaurite le domande che concernono il tronco, l’attenzione cade sulla testa.
Gli ossi mascellari si sono uniti, la mandibola è abbozzata, gli occhi sono ben disegnati. Non possiamo vedere l’encefalo, asportato perché causa dell’aborto.
Prima di riporre il reperto nel suo contenitore, il professore usa una pinzetta per schiudere quella minuscola bocca e stringere un lembo di tessuto apparentemente invisibile: si tratta della lingua.

Siamo al gran dessert.
Nella stanza non vola una mosca.
Quell’ultimo dettaglio, così insignificante, così concreto, rappresenta l’indizio che rivela il paradosso:

ma ci troviamo di fronte ad un “reperto anatomico” o ad un cadavere?

Lasciamo in silenzio la stanza: l’ora è finita.

Superato il coinvolgimento emotivo che, sinceramente, mi ha svuotato la mente, posso esporre qualche riflessione.
Intanto mi sembra giusto chiarire che un cadavere, sotto certi aspetti, potrebbe essere considerato “reperto anatomico”.
Ma se ci addentriamo nella pratica, il termine “reperto anatomico” si riferisce, non ad un corpo in toto, ma ad un organo, o parte di questo, che viene prelevato per qualsiasi tipo di analisi.
Sotto questa luce, la domanda con cui ho voluto chiudere il resoconto della mia esperienza acquista significato.

La riflessione che però mi ha veramente scosso è quella sulla continuità di un processo che non ammette un confine stabilito.
“… una volta che il processo dello sviluppo è iniziato, non c’è stadio
particolare dello stesso che sia più importante di un altro; tutti sono parte di un processo continuo, e se ciascuno non si realizza normalmente nel tempo giusto e nella sequenza esatta lo sviluppo ulteriore cessa. Perciò da un punto di vista biologico non si può identificare un singolo stadio nello sviluppo dell’embrione, prima del quale l’embrione in vitro non sia da mantenere in vita”.
Queste parole sono tratte dal famoso rapporto Warnock del 1984. All’alba della ricerca sugli embrioni, infatti, si ritenne necessario costituire una commissione bioetica allo scopo di discutere il problema sia sotto il profilo medico che etico-morale.

Aborto legalizzato significa fissare arbitrariamente un confine entro il quale tutto è lecito.
Ma forse mi sbaglio! Chi dice che sia fissato arbitrariamente? Magari la scienza ha finalmente stabilito la realtà dei fatti!

Esortato da queste pulci che mi urlavano nelle orecchio, faccio qualche indagine.
In prima istanza, mi chiedo quale sia il termine fissato per l’IGV (interruzione di gravidanza) nei principali Paesi del mondo [1]. La Francia fissa il limite a 12 settimane, Spagna 14 settimane (dal 2010), Germania 12 settimane, Portogallo 10 settimane, Gran Bretagna 24 settimane, U.S.A. 26 settimane (Secondo la sentenza “Roe vs Wade” del 1973. Oklahoma, Kansas, Idaho e Nebraska abbassano il limite a 20 settimane), Russia 12 settimane [2], Italia 14 settimane [3].

Questi dati evidenziano la verità che sospetto: la scelta del “punto di non ritorno” è arbitraria.
Proviamo ora a fare una media delle settimane, riferendoci ai Paesi che ho citato, alla ricerca di un risultato “univoco”. Calcolatrice alla mano, sommo le cifre, divido per il numero degli Stati e… 15,5.
Facciamo 15 e non se ne parla più.
Abbiamo così ottenuto una stima attorno alla quale orbitano le scelte dei diversi Stati.

“A questo punto della gravidanza il bambino è lungo circa 10 cm e pesa intorno ai 50 g. La sua pelle si ricopre di una peluria sottile chiamata lanugine, che serve affinchè il bambino mantenga una temperatura corporea costante fino al momento del parto. Il bambino scalcia, dorme, si sveglia e ha il singhiozzo. Il feto non sente ancora il mondo esterno, ma il suo udito si sta sviluppando, il liquido amniotico che circonda il piccolo trasporta i suoni che arrivano dall’esterno fino al bimbo, specialmente quelli del battito del cuore della mamma, dello stomaco e la sua voce” [4]

Ecce homo.
La scienza ancora non sa se quell’organismo risponde al nome di individuo, ma oggi l’uomo anela al dato sperimentale.
Non riesce a fidarsi di ciò che i sensi gli suggeriscono.
Chiediamoci se siamo in grado di ipotizzare, quando sul tavolo si giocano le sorti di una vita “eventuale”.
Non possiamo porre un limite sulla base della formazione del tessuto cerebrale [5], riducendo, così, la concezione di uomo ad un intrico complicato di neuroni e sinapsi.
Supponiamo che un giorno, magari non troppo lontano, la scienza affermi l’individualità del feto.
In questo caso, chi si assumerebbe la responsabilità per ogni aborto legalizzato?
Le statistiche, infatti, parlano chiaro: il conto totale degli aborti in Europa, riferito al 2008, è di 2.863.649. Un aborto ogni 11 secondi, quasi 7.500 aborti al giorno. In pratica ogni anno la diffusione dell’aborto provoca l’eliminazione di un numero di feti equivalente alla somma della popolazione di 4 Paesi: Estonia (1.3 milioni di abitanti), Cipro (0.8 milioni), Lussemburgo (0.5 milioni) e Malta (0.4 milioni) [6].
Chi si accollerebbe il peso di tutte queste esistenze interrotte?

“Secondo le evidenze scientifiche, i ricercatori suggeriscono…”
Questi sono i risultati di tutte le ricerche condotte oggi sul feto.
La cultura laicista (non quella laica) strumentalizza il dato scientifico e, minimizzando il significato di quel “suggeriscono”,  si appropria di risultati non ottenuti per avvalorare le proprie argomentazioni.
E nel marasma relativistico in cui nuotiamo ogni giorno, il pluralismo non è più concesso: il vincitore è sempre quello che urla più forte.

Ora siamo pronti per dare un’ultima occhiata all’immagine.
E’ un feto di 15 settimane di cui non possiamo affermare l’individualità. Ma occorrono  2.863.649 foto come quella per suscitare il nostro buonsenso?
A me ne basta una.

Quell’essere mi somiglia.


Bibliografia

[1] Dati raccolti da “L’angolo” – Anno V numero 3 – marzo 2008
[2] http://www.zenit.org/article-25260?l=italian
[3] http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idCat=40&idArt=30717
[4] http://blog.mammenellarete.it/gravidanza/la-quindicesima-settimana-di-gravidanza/4/
[5] Rhawn Joseph, Ph.D., Brain Research Laboratory – “Fetal Brain & cognitive development”, 1999
[6] http://www.svipop.org/sezioniTematicheArticolo.php?idArt=577

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15 responses to ““Feti con richiesta di seppellimento”

  • primo capo

    sarai un bravo medico, amico mio.
    hai cuore.

  • Filippo Chelli

    Grazie infinite per aver lasciato il primo commento in questo blog…
    Ma soprattutto grazie di aver letto il post.
    un abbraccio

  • lola

    Grazie Filippo,forse ora, alcune mamme che ho conosciuto,e, conosco,potranno capire,sino in fondo, la loro scelta … Grazie.

  • Paolo

    Ciò che vive è vivo. La verità è che un feto non può urlare le sue ragioni. Grazie delle tue riflessioni.

  • Maria Elena

    Grazie davvero per queste parole!!
    Quell’essere somiglia anche a me!!

  • Filippo Chelli

    Grazie a te per il tempo dedicato alla lettura.
    E grazie per esserti iscritta al blog!
    Un abbraccio grandissimo

    Filippo Chelli

  • Paglia

    Si, la questione è delicata. Escludo che un manipolo di scienziati o teologi arriverà mai a dare una risposta soddisfacente riguardo al “quando si può considerare vita”.
    È innegabile che la foto del feto di 15 settimane parli dritta al cuore, ma le ragioni che portano ad abortire credo che siano spesso condivisibili.

    • Filippo Chelli

      Credo che possa essere condivisibile anche la rabbia verso Michele Misseri, Pacciani ed Olindo Romano. Ma da qui a legalizzarne la morte, è troppo esagerato.
      Io credo che, ogni tanto, dovremmo fare un passo indietro ed affidarci al “principio di precauzione”: che quella sia vita, lo dice anche la scienza.
      Che quella sia persona lo dice solo la teologia.
      Il fatto che la scienza non lo possa affermare, le conferisce il diritto di negarlo?

      • Paglia

        Hai pienamente ragione per quanto riguarda il fatto che quella sia vita. Solamente penso che in circostanze particolari (come un concepimento non desiderato) sia spesso preferibile abortire piuttosto che far crescere un bimbo in una situazione disagiata.
        D’altra parte credo sia da irresponsabili aspettare la quindicesima settimana per compiere un gesto del genere ed ho poi la convizione che quasi ogni caso di aborto sia una storia a se’ stante, piena di sofferenza, difficilmente giudicabile in termini “assoluti” con i soli parametri della scienza e della fede.

  • Filippo Chelli

    “…sia spesso preferibile abortire piuttosto che far crescere un bimbo in una situazione disagiata”.

    Per quanto disagiata possa essere una situazione, un atto del genere resta comunque ingiustificabile.
    Mi vorrai dire che manca una politica volta alla salvaguardia del concepito. Su questo sono d’accordo con te.
    Ma, per quanto concerne l’aborto, la situazione disagiata scende a patti con l’estinguersi di una vita.
    Il problema resta sempre quello:
    Siamo sicuri che la vita del feto (proprietà che abbiamo visto appartenergli) sia analoga a quella di una mosca?
    Se un giorno si venisse a scoprire che non è così, quella situazione disagiata si è macchiata di omicidio.
    E, ad essere sinceri, ritengo che negare una possibile risoluzione del dilemma, equivalga a dire: “facciamolo, tanto non si saprà mai…”.
    La sensibilizzazione al problema dell’aborto rappresenta in prima istanza un appello per le istituzioni.
    E’ questo il nodo cruciale.
    Prima del 1981 la proibizione dell’aborto ha portato a tutti i drammi di coloro che si appellavano alle cosiddette “cliniche clandestine”.
    Ma una legalizzazione non rappresenta la risposta efficace al problema:il numero degli aborti aumenta ogni anno, anche tra le fasce più giovani (vedi la Spagna).
    I paradossi, anche quelli legislativi, sono troppi: l’aumentata incidenza delle pratiche d’IGV va contro la stessa 194/78.
    “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non e’ mezzo per il controllo delle nascite”.
    Dov’è la “tutela della vita umana dal suo inizio”?!!
    Attuare una vera politica di sostegno implicherebbe lo stanziamento di importanti risorse economiche per aiutare le giovani (future) madri ad affrontare la gravidanza.
    Non si contano, poi, le associazioni disposte ad adottare il neonato appena dopo il parto.
    Le risposte al problema, quindi, non mancano. Ma per risvegliare la “grande macchina istituzionale”, dobbiamo, innanzitutto, sensibilizzare la nostra coscienza di esseri umani.

  • Wow

    Incredibile. Davvero. Che qualcuno possa usare informazioni artatamente create per darsi ragione.
    Complimenti.
    Viva la possibilità di scelta.

    Sarai un pessimo medico, se non saprai nemmeno riconoscere il vero dal credibile e dall’incredibile.
    Adios.

    • Filippo Chelli

      Ringrazio anche te per aver commentato.
      La prossima volta, però, ti prego di confutare i dati da me forniti con argomentazioni fondate. Rischi, altrimenti, di scadere nella becera banalità.
      Io ho espresso un mio personale giudizio sulla base di evidenze legislativo-embriologiche ben documentate.
      Vorresti, forse, affermare che ho creato “artatamente” l’elenco delle settimane limite nei vari Stati?
      Neghi, forse, l’evidenza anatomica di un feto di quindici settimane?
      Sostieni, forse, che la scienza sia giunta ad una conclusione definitiva?

      Ecco, io non ho inventato nulla. Il tuo, invece, è un giudizio pretestuoso.

      Buonasera.

  • lola

    wow ma di quale scelta si parla??? Lei è la scelta???

  • Lando

    tutti cercano la verità, sull’aborto e come su questo su un infinità di argomenti. il problema e che si cerca la verità all’esterno di noi stessi, quando invece la si trova la sera prima di andare a letto guardandoci allo specchio, sappiamo realmente se abbiamo fatto bene o abbiamo sbagliato..coscienza figliuoli!

  • Giovanna

    hai un cuore per sentire ed un cervello per porti domande. Ti somiglia… è vero. Nella mia pancia, proprio ora, mentre scrivo, sento lo sfarfallio tipico di quell’essere che ti somiglia. Sono a 15 settimane. Ognuno di noi sa, cosa “è giusto o è sbagliato”…ma smettiamola di definire i termini settimanali prima dei quali od oltre cui la vita inizia o smette di essere tale. La vita è vita. A noi la decisione, la “libertà” di scegliere se interromperla o meno. Hai un cuore per sentire, Filippo, e sarai un ottimo medico, finche non smetterai di porti domande.

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